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Quando nel 1990 Felice Giannino autore della
raccolta di poesie, canzoni e memorie intitolata “Terra degli artisti”,
pensando alla sua Brusciano dove era nato il 22 marzo del 1929, pensò di
pubblicare tale opera, mi chiese di farne l’introduzione e curare quel
lavoro per la stampa che finalmente, dopo tanti sacrifici, lo proponeva
per l’ampia divulgazione.
Qualche giorno fa, da Pomigliano D’Arco dove risiedeva, è giunta
la notizia della sua morte. In me che non posso fare a meno di
ricordarlo, si raddoppia il dolore perché ho perso due settimane fa mio
padre, Ciro, che con “Zio Felice” condivideva l’amicizia, una vita di
sacrifici e di conquiste, e l’anno di nascita. Ora anche quello della
morte.
In momenti come questi la calorosa ed affettuosa
vicinanza di parenti, amici e conoscenti, cui va il sincero pensiero di
ringraziamento, lenisce il dolore ed aiuta a proseguire lungo il corso
della propria esistenza arricchita dalla memoria di chi ci ha lasciato e
sostenuta dalla solidarietà comunitaria. Alla famiglia Giannino, alla
signora Raffaella ed ai figli Pasquale e Roberto esprimo le condoglianze
e di tutta Brusciano.
E dunque, ad un mese esatto prima dell’inizio
della 135esima Festa dei Gigli di Brusciano, il poeta Felice Giannino
viene a mancare. Personalmente lo voglio ricordare con le stesse parole
della mia introduzione alla sua opera “Terra degli artisti” :
“Questo lavoro è il frutto di un incontro, tra il
sottoscritto, individuo profondamente ‘compromesso’ con la realtà mass-mediologica
di questo scorcio di fine millennio, ed un rappresentante della cultura
popolare, i cui legami sono stati rimossi dalla coscienza di una vasta
schiera di giovani in nome di una modernità figlia di una tradizione
negata.
Mi piace aprire con un cenno polemico
questo mio scritto di presentazione dell’opera di Felice Giannino, forse
perché soggetto anch’io al ‘pentitismo’ che da un po’ di tempo a questa
parte sembra invadere l’Italia, nei vari campi delle umane attività o
forse è questa la vera motivazione: perché sono giunto ad una
maturazione che mi permette di capire, solo ora, l’essenza di una forma
d’arte tradizionale e di cultura popolare così peculiare come la “Festa
dei Gigli di Brusciano”.
Voglio dunque dire grazie a Felice Giannino il
quale, con le sue liriche e le sue ballate si fa continuatore di una
tradizione, per gran parte trasmessa oralmente, ed insieme a lui
menzionare i maestri di festa, i cullatori, gli autori di testi e
musiche, i costruttori di carri e dei gigli ed il popolo che fornisce i
mezzi finanziari per la realizzazione di tutto ciò. Personaggi che
assumono dei nomi, e che richiamano dei volti, presenti nella breve
“Storia di Brusciano” che il Giannino ha allegato a questa raccolta di
poesie, pescando nel mare della memoria storica del paese e di quella
personale, attingendo inevitabilmente al tempo andato del ‘c’era una
volta’.
Felice Giannino fa parte di quella ristretta
schiera di autori cui si rivolgono ogni anno i maestri di festa per
ottenere i testi da musicare che rappresenteranno esclusivamente questo
o quel giglio nella gara per le ‘canzoni’ e che lo accompagneranno in
processione per tutta la durata della festa diventandone, insieme alle
musiche, i segni distintivi. Una volta passata la festa, l’anno
successivo, diventando patrimonio comune, le canzoni vengono poi
impiegate scambievolmente e tra le più ricorrenti troviamo quelle di
Felice Giannino il quale riconosce in Ninuccio Tramontano uno dei
maggiori maestri del genere che Brusciano abbia mai avuto.
Ma prima di essere un autore di canzoni, Felice
Giannino è un poeta. Egli con versi semplici, ma intensi, coglie uno
stato d’animo, fotografa una situazione, fissa su carta un pensiero
destinati altrimenti a fluire via, soggetti alla legge inesorabile del
tempo. Scopriamo così immagini care che ricordano e mostrano i momenti
della sua formazione, del lavoro, dell’impegno politico-sindacale, della
vita familiare e di paese, di una esistenza onesta fatta di gioie e di
amarezze.
Operaio autodidatta ha riscontrato, dopo aver
coltivato in segreto la passione per la poesia, nella gente comune, nel
popolo che tanto ama e dal quale è in egual misura ricambiato, una
reazione favorevole, come di immedesimazione; un riconoscersi insieme in
quelle parole, quei sentimenti, quelle storie, in quel modo di
rapportare se stessi alla realtà circostante, in una osmosi continua che
individua una comune esperienza di vita. Ciò lo ha spinto a continuare e
a darsi senza pudori a quel popolo di cui egli ne canta lo spirito.
Esibendosi direttamente in letture pubbliche in occasioni di incontri
culturali e di feste popolari si è fatto apprezzare non solo a Brusciano,
ma anche sulle competenti piazze di Nola, Barra e Napoli le cui feste
dei gigli e le piedi grotte non mancano mai di presentare le sue canzoni
vecchie e nuove.
Ma vediamo un po’ più da vicino l’opera di Felice Giannino. Nel
leggere le sue poesie, due autori affiorano alla mente, per le assonanze
di forma e di contenuto: Raffaele Viviani (Poesie, Napoli 1972) ed Edgar
Lee Masters (Antologia di Spoon River, Torino 1971). Il primo, per il
linguaggio autentico, immediato, espresso nei modi del vernacolo
napoletano che sembra sanare quelle fratture, quel distacco tra arte e
vita di pirandelliana memoria. Il secondo, per la vita appunto, che vi
scorre, quella della provincia in grado di vivere le forti passioni, i
drammi della gelosia, le amicizie indissolubili, il forte senso
dell’amore e della famiglia; ma anche capace di grande invidia e di
falsità e che nel lento divenire del tempo tira avanti la sua
quotidianità gioiendo dei pochi sogni avverati e rammaricandosi dei
tanti mai realizzati.
I testi diretti ad essere musicati svolgono invece il tema della
nostalgia: per un amore antico il cui ricordo è risvegliato da “Na
frunnella e’ rosa dint’a nu libro e’ scola abbandonato”, forse capitato
tra le mani mettendo a posto la vecchia libreria di casa; per il paese
lontano verso il quale si scopre poi il dovere della servitù patriota.
Infine il sentimento per la festa che ha sapore amaro perché effimera e
nel mentre si compie rispunta la nostalgia innescata dalla clessidra
dell’attesa ‘pecché nce vò nat’anno pè vedé chisti gigli, sti figli ‘e
sta Città’’.
Dal presente dell’evento culturale di allora, alla continuità di oggi
dell’eredità umana ed artistica di Felice Giannino.
Dott. Antonio Castaldo
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