Il Cinquantennio dell’emigrazione Italiana in Germania.  Ricordo di un Gastarbeiter “lavoratore ospite”.

dal Dott. Antonio Castaldo, sociologo e giornalista Brusciano, Italia
 
 

Alla fine degli anni ’70, con la baldanza dei miei vent’anni, mi lanciai alla scoperta dell’Europa immettendomi nel circuito dell’emigrazione verso la Germania. Per un biennio ho vissuto la speciale condizione del popolo migrante nella multiculturalità di italiani, turchi, greci, jugoslavi, kurdi, pakistani ed altri ancora. Degli italiani ricordo i tantissimi siciliani e sardi, alcuni napoletani e rari settentrionali.

Ognuno di noi era Gastarbeiter, lavoratore ospite, nel panorama produttivo delle industrie, dei cantieri e dei servizi, datore di braccia e sudore che alimentava l’inarrestabile boom della Germania che, uscita distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, traduceva così la sua rivalsa con sicura rivincita nei termini di competitività sociale, economica e culturale con le altre ricche nazioni nella gara per il primato della società del benessere.

Le immagini indelebili della mia breve ma intensa esperienza migratoria sono, fra le tante altre, quelle del soggiorno a Wolfsburg, la città della Volkswagen sul Mittelland Kanal e dei festeggiamenti per il Cinquantesimo anniversario della fabbrica la cui prima pietra era stata posta il 26 maggio del 1938.

Nel 1934 Hitler e l’austriaco Ferdinand Porsche (1875-1951) si incontrarono per la prima volta. Il dittatore tedesco illustrò la necessità di una “macchina per il popolo” secondo precise condizioni. Ben presto il prototipo venne presentato con le prescritte caratteristiche: velocità di 100 km/h, consumo di 7 km con un litro di benzina, motore raffreddato ad aria, robustezza ed affidabilità, capacità di trasporto per 2 adulti e 3 bambini e, per l’evenienza militare, di 3 soldati e un mitra. Anche il costo di meno di 1000 Reichsmark, il guadagno di 5 mensilità di un operaio specializzato rispecchiava le richieste di Hitler.

Il successo fu immediato e superò anche la guerra fino a diventare un simbolo della rinascita economica tedesca insieme alla fabbrica più grande al mondo la Volkswagenwerk. L’attenzione della Disney, nel 1969, contribuì a farne un fenomeno di costume attraverso una produzione cinematografica.

La catena di montaggio sulla quale ho lavorato per poco più di un anno non produceva più il Maggiolino il cui montaggio era stato trasferito nella fabbrica in Messico, mentre la regina era diventata la Golf. Mi ricordo che mi affannavo dietro le carcasse colorate alternandomi con un turco mentre un ragazzo napoletano cantava “O’ sole mio” e gli operai tedeschi con l’orgoglio di partecipare ad una comune impresa nazionale senza distinzione di ruoli e responsabilità, mentre in me cresceva la nostalgia della famiglia e degli amici in Italia.

La produzione del Käfer, cessata nel 2003, ha fatto contare nelle vendite complessive il record di 22.000.000 di esemplari piazzati sul mercato mondiale. Questo dato è stato poi superato dal modello Golf.

Ricordo di un viaggio in Maggiolino, da Wolfsburg a Bremen e viceversa, per un concerto dei Genesis. Ero in compagnia di un amico pugliese il quale da Brindisi aveva risalito la nostra Penisola, per poi raggiungere il nord-est tedesco, con una Cinquecento che cedette infine ad un interessato concessionario ricevendone in cambio un Käfer.

Il successo industriale tedesco quindi è anche figlio di tanti operai italiani. Ma come si presente oggi la situazione? Assai interessante è la lettura di dati e condizioni dell’emigrazione italiana in Germania a cinquant’anni dal suo inizio (1955-2005) nella preziosa fonte trovata dello studio di Anna Maria Minutilli, dottore di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Aachen. “La collettività italiana in Germania: Una sfida ancora aperta”, è presente in estratto sul sito www.bekar.net - www.giornalistiitalianinelmondo.

In questa ricerca si presenta l’emigrazione distinta in tre generazioni. La prima, dopo una vita di lavoro e sacrificio nella ricostruzione e nella crescita dell’economia tedesca, ora è tentata dal ritorno in Italia mentre avverte una certa instabilità del nuovo ruolo sia familiare e sia sociale.

La seconda generazione di italiani avverte il precariato e le minacce di insicurezza nel mondo del lavoro per la crisi economica che da tre anni investe anche la florida Germania.

Giunti alla terza generazione si incontrano i giovani che hanno acquisito l’abilità linguistica ma pagano una limitata formazione professionale e nel caso di una migliore scolarità scontano la scarsità delle offerte di lavoro ed i non lunghi periodi di occupazione. Anche qui ritroviamo, secondo lo studio di A. M. Minutilli, incertezze e precarietà.


Dal 1990 al 2002 sono emigrati in Germania circa 2 milioni di lavoratori in gran parte polacchi e rumeni. Gli italiani sono oggi circa 600.000, pari all’8,3% della popolazione. Il tasso di disoccupazone italiana è del 19,2% quasi il doppio di quello tedesco pari al 10,3%. Caduto il muro nel 1989, avvenuta la riunificazione tedesca, iniziati i grandi lavori nella Berlino capitale si è avuto un maggior afflusso migratorio dai paesi dell’est, calando quello proveniente dai paesi mediterranei. Dall’Italia nel solo 1995 sono giunti comunque 48.000 lavoratori, mentre per l’anno 2002 sono stati contati almeno 25.000 nuovi arrivi. La comunità italiana “appare caratterizzata da una forte presenza maschile (59,3%), connazionali che vivono in questo paese d’accoglienza da oltre 30 anni e da una discreta quota di giovani nati in loco (28,2%). Ci sono circa 71.500 scolari italiani: molte sono le presenze nella scuola dell’obbligo e in quella differenziale, poche alle superiori”. Tra i Paesi dell’Unione Europea siamo il più rappresentato e a Wolfsburg in Bassa Sassonia nella fabbrica della Volkswagen gli italiani rappresentano il maggior numero di operai stranieri.
A Berlino, invece, troviamo con l’indagine della Minutilli una presenza più giovanile con diplomi e lauree alla ricerca di esperienze culturali, artistiche, lavorative e di vita in generale senza la spinta delle esigenze economiche che hanno caratterizzato le altre fasce migratorie.

In questa attraente metropoli internazionale in pieno sviluppo i nostri connazionali hanno aperto diverse attività autonome soprattutto nel commercio dell’abbigliamento e nella ristorazione che da sola impiega il 59% di essi . A Berlino sono presenti oltre 12.600 italiani circa 800 ristoranti-pizzeria e molte sono anche le gelaterie. Un cameriere arriva a guadagnare circa 2.000 euro al mese, comprese le mance, lavorando in un locale di buon livello.

Nella generale condizione italiana restano però problemi di integrazione e di miglioramento della condizione sociale di molti, in maggior parte della prima generazione di emigrati che dopo decenni di permanenza in Germania non parlano bene o quasi del tutto la lingua tedesca. Sono pochi quelli che hanno anche un passaporto tedesco e la cittadinanza di origine è la più conservata fra tutte le presenze straniere in Germania.

La popolazione scolastica italiana è quella che più soffre la selettività della società tedesca. In Baviera sono stati rilevati dei dati che rispecchiano anche la dimensione nazionale: l’8% circa degli scolari italiani frequenta una scuola differenziale, diversamente da quelli provenienti degli altri paesi U. E. che sono il5,2% e dagli stessi tedeschi pari al 3,2%; il ginnasio vede presenti gli italiani con il 4,7%; gli altri scolari U. E. con il 9,1% ed i tedeschi con il 18,5%. La certificazione della formazione professionale è posseduta dal 46% dei giovani italiani rispetto la 64% dei tedeschi. Tale qualificazione è presente nel mondo del lavoro per il 45% e tra i disoccupati nell’85% degli italiani.


La situazione economica generale resta difficile, l’alta disoccupazione degli italiani ed il riformato sistema del welfare tedesco dispiegano un panorama di incertezza ed insicurezza per i nostri connazionali.

Secondo i dati dell’Istituto Federale di Statistica, il dato temporale di permanenza degli italiani ci dice che si superano i dieci anni con la dichiarata intenzione di un soggiorno provvisorio che spesso però si traduce nel mai compiuto rimpatrio.

La ricercatrice A. M. Minutilli conclusivamente, nella sua interessante ricerca, osserva che “gli italiani in Germania si trovano al centro del guado, con vecchi problemi irrisolti, ma anche con nuove sfide ed opportunità da cogliere in un contesto europeo. Il percorso che possono e devono compiere, da Gastarbeiter a cittadini a pieno titolo del paese di accoglienza, può consentir loro di lavorare come soggetti attivi al loro futuro nella società di accoglienza; e , paradossalmente, può offrire al paese di origine, in termini economici, di interscambio culturale e di integrazione europea, più di quanto (poco) essi abbiano ricevuto negli anni passati in assistenzialismi che non hanno sortito alcun effetto rilevante per la loro crescita sociale”.

Questo mentre l’Italia è divenuta essa stessa terra di immigrazione e a me resta nella memoria visiva l’amaro avvertimento nelle insegne al neon poste agli ingressi di alcuni locali pubblici di qualche città della civilissima Bassa Sassonia: “Keine Ausländer”. Vietato l’ingresso agli stranieri. Ma questa è storia passata. O è ancora attuale e riguarda tutte le nazioni occidentali sentinelle del varco di passaggio dei nuovi popoli migranti?


                                                                                                                                              Dott. Antonio Castaldo


 

Website: The History Box.com
Article Name: Il Cinquantennio dell’emigrazione Italiana in Germania.  Ricordo di un Gastarbeiter “lavoratore ospite”.
   

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dal Dott. Antonio Castaldo, sociologo e giornalista Brusciano, Italia
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